Il primo ottobre 1984, sbarcato da Nave Vesuvio, rientravo per la seconda volta a Maritele Cagliari destinato alla Stazione Ricetrasmittente di S.Ignazio, questo trasferimento non mi entusiasmava, vista l’esperienza degli anni precedenti (1976-80), ma per ragioni logistiche e abitative della mia famiglia mi ritrovai nella necessità di accettare quella destinazione.
L’ambiente che trovai era però del tutto cambiato, sotto la guida del Capo Posto, Capo Vargiu, sottufficiale RT di grande valore conosciuto nell’ambiente RT. Personalmente lo conoscevo perché avevo frequentato i corsi di aggiornamento presso Maricentele prima e Maricentraddas dopo dove Capo Vargiu era istruttore di procedura RT.
Durante gli anni della mia assenza il servizio si era notevolmente ridotto: la SRT. S.Ignazio diventata ormai Stazione Secondaria, mentre alla Maddalena la nuova SRT. di Guardiavecchia aveva da tempo preso servizio attivo come Stazione Principale. Alcuni servizi però rimanevano operativi a Cagliari come gli ascolti sulle frequenze dei velivoli antisom, d’altronde la loro base era a Cagliari Elmas e poi, grazie alla posizione geografica della SRT, la cui ricezione, era sempre invidiabile, in particolare nella ricezione dei segnali emessi dalle stazioni terrestri e dalle Unità navali nel Canale di Sicilia.
Fresco nella mente il ricordo del periodo svolto su Nave Vesuvio, presi servizio. Certo non era la stessa cosa, lavoro completamente diverso, soprattutto perchè avevo svolto compiti di Capo Posto RT e fare un passo indietro e svolgere mansioni di Capo Turno e operatore non era nelle mie prospettive e aspettative.
Come talvolta succede quando si opera con destinazioni a terra, vi è una tendenza a lasciarsi andare, si svolge il proprio lavoro con un certo rilassamento, dimenticando o non curando eventuali nuove procedure che entravano in vigore in sostituzione di altre.
Fu proprio a causa di questo rilassamento che durante una esercitazione in cui Unità navali che transitavano nel canale di Sardegna e dovevano entrare in contato con noi. In quell’occasione furono attivate le frequenze abituali per l’espletamento del traffico .
La mattina successiva quando presi servizio mi accorsi che qualcosa non andava, sapevo che quelle frequenze erano state momentaneamente sospese e sostituite da un nuovo circuito in via sperimentale, già a La Spezia su Nave Vesuvio avevo impiegato questo nuovo circuito per altro in atto già dal mese di aprile.
Feci subito presente al Capo Posto questo particolare, ma mi rispose di non avere avuto disposizioni in merito e di continuare l’ascolto su quelle vecchie frequenze, non valsero le mie insistenze nel ribadire che su quelle frequenze non ci avrebbe mai ascoltato nessuno.
La guardia proseguì tutto il giorno e durante la notte, presente
anche il Capo Posto, fece lui stesso delle chiamate ma non ebbe mai risposta, si rilevava solo il classico fruscio della frequenza libera, ricordo di essermi anche leggermente innervosito, insistevo su ciò che sostenevo, sicuro di quel cambiamento, ma non venni proprio ascoltato.
La mattina seguente ci fu un gran discutere a Maritele, dagli
Alti Comandi inevitabilmente ci domandarono come mai Cagliari non fosse in frequenza, visto che non aveva risposto alle chiamate delle navi. Finalmente qualcuno si decise a cercare tra la documentazione in arrivo per accertare se ci fosse qualche documento che riportava a quanto io sostenevo, forse perché avvertiti di quel cambiamento come avevo più volte evidenziato.
Il documento finalmente venne a galla, era finito dentro un armadio ed archiviato, fu così che lo stesso Capo Posto parlando con il Direttore del Maritele, confermò la mia giusta ragione su quanto avevo fatto presente.
Questo era ancora l’ennesimo esempio che quando si svolgono molti incarichi, e il personale addetto svolge il proprio lavoro sempre allo stesso modo negli anni, senza aggiornarsi su eventuali nuove procedure, pian piano senza accorgersene, ma inesorabilmente non si è più operativi ed efficienti.
Intanto i mesi passavano veloci, il 1985 si affaccia con la prospettiva della diminuzione del personale RT addetto alla stazione.
Inaspettatamente anche il Capo Posto era in attesa di trasferimento, avendo accettato la destinazione all’estero negli U.S.A., altri Sottufficiali vennero programmati per essere trasferiti a bordo ed altri alla Maddalena.
Fu soprattutto il trasferimento del Capo Posto a lasciare tutti sorpresi e spinse i Sottufficiali più anziani a presentare la loro disponibilità per diventare Capo Posto, i più forti della loro anzianità.
Anche nei miei confronti venne programmato il cambio di posto tabellare assegnandomi la segreteria di Maritele, ricevetti la notizia senza alcun piacere, non ero intenzionato finire il mio servizio in Marina fra le scartoffie di una segreteria.
Fu così che in quel periodo diverse volte telefonai personalmente a Roma facendo presente il mio non gradimento a simile incarico.
Un giorno in segreteria si parlava di chi avrebbe sostituito il Capo Posto, ascoltando questi discorsi lanciai la pietra, affermando che se mi avressero dato quell’incarico lo avrei accettato.
Questa mia pietra fu raccolta, poiché era interesse del Maritele tenere in segreteria il segretario che da quasi dieci anni portava avanti quell’ufficio, quindi il calcolo fu quello che se io fossi andato a fare il Capo Posto, il vecchio segretario non avrebbe lasciato la sua sedia, anche perché programmato per l’imbarco su Nave Audace, imbarco da lui non gradito dopo tanti anni di destinazione a terra.
Percepita questa intenzione, non esitai a riprendere il telefono e chiamare Roma. Ebbi una lunga telefonata in cui evidenziai la mia completa disponibilità ad assumere quell’incarico.
In mezzo a tutto questo giro di trasferimenti, il Capo Posto, per guadagnare tempo, aveva iniziato a passare le consegne ad altro sottufficiale più anziano, anche questi programmato per essere
trasferito alla Maddalena, ma forse convinto dalla regola che dice l’anzianità fa grado, che gli avrebbero assegnato l’incarico di Capo Posto a S. Ignazio.
Le cose non andarono avanti per questa strada. Maritele, nonostante tutte le buone intenzioni perdette il segretario che pur di non imbarcare si congedò, al suo posto arrivò un altro
sottufficiale, tutti gli altri movimenti programmati andarono per la loro strada come da programmazione.
L’unico che ebbe la programmazione cambiata fui io, il 25 maggio 1985 assumevo l’incarico di Capo Posto RT della Stazione Ricetrasmittente di S.Ignazio, ancora una volta riuscivo a ribaltare destinazioni a me non congeniali perché non legate alla mia specializzazione ed alla mia professionalità, per questo chiedevo sempre destinazioni che fossero sempre e solo stazioni Radio.
Nell’ambiente di Cagliari questo mio incarico fece parlare non poco, in particolare se ne parlò tra i sottufficiali più anziani che si trovarono davanti un giovane Capo di 2^Cl RT come Capo Posto.
Per niente impaurito ma sicuro nelle mie possibilità e della mia preparazione professionale, iniziai il mio lavoro dopo aver preso le consegne dal Capo Vargiu, consegne che a causa della grande consistenza di materiale esistente in Stazione furono lunghe e complesse.
La Stazione da anni viveva come già detto, in uno stato di rilassamento totale, però era si iniziato lentamente un processo di cambiamento sotto la guida di Capo Vargiu, a me passò il compito di continuare quel lavoro che si presentava pieno di non poche difficoltà
I compiti del Capo Posto non riguardavano solo la radio, ma la gestione completa di tutta la Stazione che si articolava in una parte operativa e una parte logistica e amministrativa, quindi la strada si presentava piena di lavoro.
Nel mese di settembre la stazione si svuota completamente dei suoi Sottufficiali che pian piano secondo la programmazione vengono avviati alle loro nuove destinazioni, così rimango in Stazione solo con il mio sottordine, il carissimo Capo Aldo Scherillo, già insieme su nave Centauro negli anni settanta, dopo poco tempo anche Aldo lasciò S.Ignazio per essere
trasferito a Roma e successivamente partecipare alla missione in Antartide con l’E.N.E.A.
Così per diversi mesi sono rimasto da solo in caserma a gestire la Stazione con i soli marinai a disposizione, fino a quando fu mandato in stazione Capo Gesuino Scano, carissimo amico e collega che mi aiutò tantissimo nella gestione del materiale e soprattutto del personale.
Abitavo con la mia famiglia all’interno della Stazione, nell’alloggio previsto per il Capo posto, un alloggio di oltre 120mq, di vecchia costruzione, da
indagine da me fatta risaliva al 1927, pieno di mille difetti e che necessitava di lavori di ristrutturazione.
Ogni giorno i miei compiti si dividevano fra i documenti amministrativi del materiale in carico, i due archivi di pubblicazioni, la documentazione e gestione della mensa, i servizi radio, il servizio Difesa Installazioni, la gestione dei capitoli di spesa, ma il
compito che mi portava più tempo era la cura del personale, i trenta marinai destinati nella Stazione.
L’ambiente tra i marinai sostanzialmente era buono, si trattava di personale di leva molto diverso dai ragazzi in ferma volontaria. Le forme di nonnismo che si erano radicate negli anni specialmente tra il personale di leva era elevato, anche a S.Ignazio alcuni tra i marinai tenevano alta questa stupida tradizione.
Era presente il così detto anziano che faceva da padrone in mezzo ai suoi stessi compagni, anziano solo perché aveva più mesi di leva degli altri, non certo per una anzianità maturata nel servizio. Era solo una abitudine non certamente in sintonia con il regolamento di disciplina. Questo “nonno” non si dedicava con prepotenza a nessun servizio di caserma, e pretendeva anche di essere esentato dai servizi di guardia, tutto ciò creava tensioni, fastidi e malumori all’interno della caserma.
Personalmente non ho mai sopportato nessuna forma di nonnismo, da tempo si parlava del fenomeno e si erano emanate leggi contro il nonnismo, ma come sempre ho sostenuto, il nonnismo viveva ed era presente e molta responsabilità andava attribuita a chi era preposto alla sorveglianza: si lasciava spesso piena libertà a questi anziani che, come sostenevano alcuni colleghi, mettevano ordine nella caserma, non so a quale ordine si riferissero, poiché in tante destinazioni dove ho operato non ho mai visto quest’ordine semmai il contrario fatto di prevaricazioni e soprusi.
Da sempre ho combattuto il nonnismo, anche quando semplice marinaio volontario alcune volte l’ho subito mi sono fortemente ribellato a queste pessime usanze.
Fu così che come Capo Posto e diretto responsabile della disciplina del personale , allineai i marinai assegnando a ciascuno i propri compiti, anziano o recluta che fossero, inizialmente ci furono le lamentele e il disappunto di alcuni singoli, che si vedevano estromessi da questa tradizione che dava loro un potere fatto di prepotenza.
Queste forme di nonnismo le si trovavano soprattutto tra il personale Marò e SDI, mentre il personale TLC, più tranquillo, difficilmente e raramente si faceva coinvolgere in questo fenomeno.
L’anziano si distingueva nelle forme più strane, la più evidente era quella di indossare la divisa in caserma, logora, lercia e piena di strappi, le scarpe con le suole bucate, capelli mal curati e appeso ai calzoni cordoni tricolori che non avevano nulla di patriottico ma volevano solo evidenziare la loro anzianità, a guardarli non potevi che definirli degli straccioni, ma di questo loro abbigliamento essi ne andavano fieri, più vecchia e logora era la divisa più alta era l’anzianità, eppure in Marina il ricambio vestiario è sempre esistito, chi invece era in ordine con la divisa pulita, le scarpe risuolate o
nuove veniva deriso e classificato recluta.
Usavano battere le dita in un certo modo facendole schioccare e con scherno dicevano alla recluta “ti lascio la stecca” non sapevano nemmeno loro cosa dicessero, quando chiesi mi spegassero il significato di quella frase non sapevano cosa dire o se rispondevano dicevano cose del tutto strampalate.
In effetti la storia della stecca è una storia vecchia, che esisteva negli anni della guerra 1915/18 e forse anche prima.
La stecca non era altro che una tavoletta di legno molto piatta che veniva data ai soldati nell’esercito per tenere sempre tesate le fasce che poi servivano per fasciare i polpacci fino alle ginocchia, in quegli anni lontani, non avendo un numero sufficiente di queste stecche, il soldato all’atto del congedo, per un ordine ben preciso, passava la sua stecca al soldato recluta che lo sostituiva, da lì nacque il termine “ti lascio la stecca” usato poi negli anni a seguire, ma in modo improprio, anche quando sparirono dalla divisa le fasce e le stecche.
Questo fu quanto mi raccontarono vecchi marinai classe 1915 che incontravo a bordo durante le uscite in mare a favore delle associazioni Marinai d’Italia (A.N.M.I.).
Ci impiegai un mese per mettere a ricambio tutto il vestiario, per risuolare gli scarponi e gli anfibi, pitturare i muri per cancellare le scritte assurde dei congedanti.
Chiamati in assemblea tutti i marinai, li volli tutti lindi e in ordine. Ricordo che i ragazzi si guardarono un po’ disorientati, ancora si domandavano cosa volessi da loro e perché non lasciavo tutto come sempre da anni andava avanti.
Iniziai a spiegare loro il significato di anzianità, che non si identificava nell’avere la divisa stracciata, logora e gli anfibi sporchi e privi di suole, l’anziano, spiegavo loro, nel nostro ambiente è un militare che grazie alla sua anzianità di servizio attivo, ha l’obbligo di aiutare il più giovane ancora inesperto, non doveva essere spaventato con assurde richieste, né obbligato ad eseguire ordini che non avevano nulla a che fare con la disciplina militare, recitai loro anche gli articoli di disciplina che regola la vita militare all’interno delle caserme dei distaccamenti e sulle navi militari, ogni giorno nelle mie consegne a piè pagina riportavo uno di questi articoli.
Da quel giorno dissi che non avrei più tollerato nessuna forma di nonnismo, ma volevo vedere i marinai più anziani aiutare i marinai appena arrivati dai centri di addestramento reclute, seguendoli e istruendoli nei loro nuovi incarichi.
Molti mi ascoltarono ma alcuni fecero le orecchie da mercante, fu così che un giorno arrivati in caserma due nuovi marinai in sostituzione di altri prossimi al congedo, dopo averli ricevuti, spiegato loro la vita di caserma, li feci accompagnare dal capo guardia in casermetta lasciandoli liberi da ogni servizio e autorizzandoli, se lo volevano ad uscire in franchigia oppure riposarsi.
Chiuso l’ufficio mi recai per il solito giro di controllo, e trovai in cucina i due nuovi arrivati, ancora con indosso le divise ordinarie, chini sui lavabi a lavare i piatti, li bloccai subito e chiamato il capo guardia chiesi spiegazioni, chi aveva dato queste disposizioni? Un marinaio prossimo al congedo ignorando le mie disposizioni con arroganza aveva ordinato ai due appena arrivati di lavare i piatti,
lasciai andar via i due giovani e ordinai al marinaio che si definiva anziano di procedere da solo al lavaggio di quei piatti e di tutta la cucina, comunicandogli inoltre che questa sua forma di nonnismo non sarebbe passata liscia.
Non fu semplice, altri fatti successero, purtroppo sono dovuto ricorrere anche alla Procura Militare, con denunce e con conseguente processo.
Molto tempo dovetti dedicare nella fase iniziale del mio mandato, verso il personale Addetto alla Difesa Installazioni (SDI), che svolgevano i servizi di
guardia armata e di pronto intervento, ma da subito notai lo scarso impegno e la scarsa professionalità in questi compiti, la sentinella prendeva e smontava dal servizio in modi del tutto errati, e insicuri ma soprattutto questi marinai non avevano la minima idea di cosa fosse il pronto intervento, effettuavano formalmente questa attività, ma la svolgevano come fosse
un’assemblea da farsi in un dato punto della caserma con relativo appello.
Fu così che riutilizzando le tecniche di difesa, acquisite durante il mio periodo a Comsubin quando frequentavo il corso Incursori, riorganizzai il servizio SDI, regolarizzando le procedure del cambio della guardia, e regolamentando rigorosamente le procedure da seguire con le armi, pretesi la tenuta perfetta ed in ordine durante l’espletamento del servizio, ma soprattutto curai l’addestramento del Pronto Intervento, insegnando ai marinai le diverse tecniche di difesa, e facendo rispettare le regole
d’ingaggio previste.
Passarono dei mesi per ottenere un buon servizio, notato ed evidenziato anche dalle ronde superiori cui eravamo soggetti, ma soprattutto durante le ispezioni da parte delle Commissioni Ispettive del Comsubin che ebbero parole di apprezzamento per come veniva svolto il servizio Difesa.
Tutto questo servì anche a migliorare la convivenza tra i militari, creando un certo agonismo tra un team e l’altro, ma questa attività allontanava sempre di più quelle antipatiche forme di nonnismo, dando spazio ad un ambiente più ordinato sereno e lo si vedeva nella soddisfazione dei ragazzi, che vedevano il loro servizio di militare di leva, utile e considerato.
Per migliorare la vita di caserma, spiegai al mio diretto superiore la necessità di inviare in licenza per cinque sette giorni, in base alla distanza della propria residenza, ogni qualvolta un marinaio arrivava dai centri di addestramento reclute, questo per dargli un po’ di riposo dopo un mese di CAR e riaverlo in caserma pronto e più rilassato nell’intraprendere il nuovo servizio.
Faticai un bel po’ nello spiegare questo mio cambiamento, radicati in quelle vecchie mentalità, secondo le quali le giovani reclute prima di poter avere un breve permesso dovevano attendere lunghi mesi e raggiungere una discreta anzianità.
Nonostante questo scetticismo iniziale fui ascoltato e così misi in pratica quanto da me proposto.
Questa innovazione si rivelò molto efficace, gradita e apprezzata dai marinai, e diede risultati immediati, perché il marinaio si sentì calcolato e rispettato, fu più motivato a svolgere il suo servizio in modo apprezzabile, il risultato fu riscontrato anche dal Direttore, che mi manifestò il suo apprezzamento e soprattutto accertò un sensibile cambiamento positivo all’interno della Stazione.
Intanto il mio lavoro di bonifica del materiale presente in caserma continuava, i magazzini traboccavano di materiali vecchi, non più idonei per i loro compiti: armadi, scrivanie, tavoli e tavolini, credenze. Ci vollero diversi camion per portare definitivamente via quei materiali dalla stazione di S.Ignazio, ogni giorno, c’era da svuotare qualche magazzino, la stanza di una galleria raccoglieva un numero elevato di materiale di cucina, un’altra galleria non si riusciva a capire quanto fosse la sua lunghezza tanto era stracolma di cavi, tra elettrici e coassiali, si trattava di materiale vecchio e
inservibile, ma rigorosamente in carico, insomma servivano solo per occupare spazio e per avere i registri di carico sempre pieni di visti, che evidenziano la presenza del materiale.
Non so quante volte ho avuto i camion in caserma tra il 1986 e il 1987 per lo scarico di queste vetustà neanche buone per allestire un museo che mai nessuno avrebbe visitato.
L’opera di bonifica durò a lungo, anche perché i sistemi di lavoro non erano certo quelli attuali, dove regna il PC, lavoravo con le macchine da scrivere,
carta carbone e modelli prestampati, per diversi mesi sono rimasto solo in Stazione, unico aiuto in ufficio fu l’apporto che mi diede una giovane impiegata civile destinata a S.Ignazio, la ragioniera Angela, che mi sollevò da diversi compiti di segreteria, lavorava bene, specialmente sulla contabilità. Negli anni successivi ormai note le sue qualità, qualcuno pensò di trasferirla per poterla impiegare in altri uffici, togliendomi così un aiuto molto valido.
Capitava spesso di ritirarmi in ufficio al termine dell’orario lavorativo, per
sbrigare molta documentazione amministrativa.
Nel 1987 iniziarono i lavori di ristrutturazione della casermetta, lavori che si protrassero per tutto l’anno, fu così che per un’anno i marinai furono alloggiati in un vecchio edificio, ristrutturato velocemente modificandolo e adattandolo a piccola caserma, completa di cucina e mensa.
Certo i marinai erano sacrificati dentro quell’alloggio, ma riuscirono a viverci anche se alcune lamentele e molti disagi non mancarono.
Fu un anno lungo e duro: bisognava seguire i lavori nella casermetta, studiare nuove modifiche per garantire la buona funzionalità dell’edificio, seguire tutti gli impianti, idrici, elettrici, telefonici, ogni giorno c’era da discutere con l’impresa, che si è sempre dimostrata disponibile ad ogni mia richiesta.
Fra tutto questo caos, tra mezzi pesanti, escavatori, un numero imprecisato di operai che lavoravano alla casermetta, non dimenticavo i compiti verso il personale che continuava ad alloggiare in quel fabbricato scomodo e con pochi servizi, in particolare era carente quello fognario di vecchia concezione che ci obbligava ogni quindici giorni a operazioni di pulizia e svuotamento non belle da eseguire. Talvolta succedeva che dovevo faticare un po’ per sedare le inevitabili discussioni che avvenivano per queste incombenze.
Per alleviare questa situazione, pensavo più volte di trovare un’attività che tenesse i ragazzi uniti e tranquilli, fu così che assieme al mio sottordine Capo Aldo Scherillo, rientrato dall’Antartide, organizzammo un’ attività sportiva, che venne accettata con entusiasmo, diverse volte la settimana andavamo coi marinai al campetto del quartiere La Palma per disputare delle partite di calcio a sette.
Fu lì, che visti i buoni giocatori che si aveva a disposizione decisi di iscrivere la squadra al torneo di calcio a sette che si sarebbe svolto nel quartiere.
Recuperate dal Capo Ginnico, magliette, calzoncini, calzettoni, e tute ginniche con la scritta “Marina Militare” prese il via il torneo che appassionò tutti i marinai, avvertendoli però che per realizzare questo torneo, era inevitabile che qualcuno a turno si dovesse sacrificare in caserma per dare continuità al servizio, rilevando maggiormente chi in quel giorno doveva giocare.
I ragazzi si resero disponibili ad ogni mia richiesta, anche alla rinuncia di eventuali permessi che avrebbero usufruito solo al termine del torneo.
Alcuni miei superiori cercarono di scoraggiare questa iniziativa facendomi presente che se qualcuno si fosse fatto male, la responsabilità sarebbe stata solo mia.
Tutto ciò non mi spaventò, le responsabilità le ho sempre affrontate senza timore, e procedetti nel portare avanti questa attività sportiva, confortato in particolare dai ragazzi che mi rassicurarono di non farmi carico di nessuna preoccupazione.
Con questi presupposti il torneo iniziò. Le prime partite ci regalarono risultati negativi, ma anche un gioco a dir poco
entusiasmante, nelle successive partite arrivarono le prime vittorie e a seguire le altre, non perdemmo più una partita ed arrivammo in finale.
La cosa più bella era vedere gli abitanti del quartiere La Palma accorrere numerosi quando dal pulmino militare e con le tute azzurre entravamo in campo i miei marinai, c’era tanta gente che scendeva dalle loro case portandosi la sedia e cercarsi un buon posto per vedere giocare “La Marina”, così chiamavano la nostra squadra.
In finale non vincemmo, perdemmo per un solo gol di scarto ma
entusiasmammo il quartiere tanto che gli organizzatori vollero la foto della squadra per esporla nel loro locale.
Fu un periodo bellissimo, un periodo che segnò una rivoluzione nella vita di caserma, ormai quelle vecchie usanze fatte di nonnismo e di inutili e vecchie regole erano lontane e dimenticate.
Tra i marinai regnava l’ordine, la serenità e la tranquillità, i più anziani iniziavano a dimostrare la loro anzianità in ben altro modo.
Fu così che alla fine dell’anno, in seguito a questo successo, in occasione della Santa Barbara organizzai delle gare sportive, tornei di ping pong, calcio balilla e la corsa campestre, ma l’attività principe era il torneo di calcetto all’interno della Stazione, dovemmo creare il campo in un fazzoletto di terra pieno di pietre, assieme ai marinai lo liberammo di molte pietre e con diversi metri cubi di sabbia fu realizzato il campetto, e ancora dalla società sportiva La Palma ebbi in prestito le porte.
Furono formate quattro squadre che si sarebbero affrontate tutte con partite di andata e ritorno giocandosi cosi i posti per la finale che si sarebbe giocata il 4 dicembre giorno di Santa Barbara.
Per quindici giorni, ogni pomeriggio si giocava, le squadre ognuna con la sua tenuta, magliette calzoncini e calzettoni. Dal ginnico presi in temporaneo prestito quattro tenute da gioco, una per ogni squadra, l’arbitro lo andavo a prendere sempre al quartiere La Palma.
Anche qui grazie all’apporto organizzativo di Capo Scherillo fu una manifestazione di un grande successo che lasciò piena soddisfazione nei genitori dei militari intervenuti.
I lavori alla casermetta vennero ultimati e i marinai poterono finalmente occupare i nuovi alloggi, più funzionali e accoglienti.
I mesi passavano, ogni mese scadenze, contabilità mensile, e poi contabilità trimestrale, ogni quindici giorni circuiti radio da attivare, seguivo spesso in radio quei pochi ascolti che ancora pervenivano, vista la giovane età e l’inesperienza degli operatori RT di leva, più di quello che facevano non potevo pretendere, ma nel complesso tutto andava avanti regolarmente, i marinai
ormai allineati in un iter ben preciso lontani da qualsiasi forma di nonnismo.
Nel 1988 il mio sottordine viene trasferito per il suo periodo d’imbarco su Nave Libeccio, i marinai terminato il loro periodo di leva si avviano al sospirato congedo, altri marinai entrano nella vita della SRT.S.Ignazio, è un cambiamento continuo di
personale visto anche il periodo breve del servizio di leva, era continuo l’impegno a formare il personale, addestrarlo ai vari compiti e quando questo iniziava a lavorare con una buona sufficienza era già pronto per andare in congedo e così si iniziava da capo con i nuovi arrivati.
La cosa bella fu vedere finalmente gli anziani ricevere al cancello i
nuovi arrivati, freschi dal Centro Addestramento Reclute, aiutarli a portare gli zaini, accompagnarli nelle loro camere e far loro trovare il materasso sul letto con tutte le lenzuola, accompagnarli per la Stazione spiegando loro dei vari locali e dei servizi che si svolgevano.
Diversi sottufficiali furono destinati saltuariamente presso la SRT
per sopperire alle esigenze di caserma e alleggerire i miei compiti: essendo il solo responsabile più volte ho dovuto prendermi l’onere di tante mansioni, compreso quello di cucinare per tutti per diversi mesi non avendo un cuoco in caserma, ma ero soprattutto impegnato in continue ispezioni alla caserma sia di giorno che di notte non disponendo una turnazione di sottufficiali atta a questo compito.
Questa situazione la testimonia il mio foglio matricolare che negli statini licenze ordinarie dal 1985 al 1989 si leggeva solo una parola “Negativo”
Fu per fortuna diverso quando ebbi in caserma il 2°Capo ETE Gentili che mi aiutò tantissimo, in particolare nella sorveglianza del personale, Gentili era un Sottufficiale che ricordo sempre con stima e affetto.
Dopo la ristrutturazione alla parte logistica e dopo aver ultimato le operazioni di bonifica liberando la SRT da tanto materiale inservibile, si iniziò la ristrutturazione della parte operativa che durò fino a tutto il 1990.
In questo periodo si è dovuto preliminarmente procedere alla bonifica del parco antenne demolendo i vecchi pali in cemento armato che una volta sostenevano le antenne filari.
Tale lavoro portato a termine dagli operatori di Comsubin, comportò secondo le loro direttive il confezionamento di 650 sacchi da 50-60Kg l’uno, sacchi che sarebbero serviti per contenere il soffio dell’esplosione e ridurre eventuali lanci di schegge.
Questo lavoro di confezionamento fu svolto dai marinai con grande volontà ed energia, ma il lavoro più pesante fu quello poi di portarli nei pressi di quei quattro pali, operazione non semplice vista la difficoltà di accesso per via dei sentieri ripidi e scoscesi.
I pali vennero giù uno ad uno e il Comandante del Comsubin congedandosi mi ringraziò ed espresse parole di elogio verso i marinai per come si erano mostrati disponibili e pronti nel svolgere i compiti loro assegnati.
Ormai tutto era pronto per iniziare i lavori di ristrutturazioni, sala radio parte ricevente e parte trasmittente, il parco antenne,
tutti lavori che ho dovuto seguire con l’ausilio del Capo ETE Vigo.
Fu realizzato un cavidotto di circa 300mt con relativi pozzetti, durante la loro realizzazione ho tribolato non poco con la ditta che eseguiva i lavori, per far rispettare il capitolato che prevedeva un ampio spazio per far curvare i cavi a 120°.
Liberato lo spazio dove era alloggiata la vecchia antenna a nassa, iniziarono i primi lavori per la sistemazione della nuova antenna, mentre nei pressi degli stili venivano realizzati degli eccellenti piani di riflessione in cavo di rame.
Fu un periodo che mi provò parecchio, forse i troppi incarichi, le responsabilità, il mio continuo seguire la disciplina dei marinai che volevo sempre a buoni livelli.
Nel 1990 i lavori alla componente operativa terminarono, la nuova antenna a nassa svettava a 360° sul colle di S.Ignazio, visibile da tutta Cagliari,
anche la sala operativa, con le nuove apparecchiature radio sia riceventi che trasmittenti erano già operative. Ma il progresso che si avviava a S.Ignazio, come del resto in altre Stazioni, non si avevano più operatori in radio: tutto, ricevitori, trasmettitori e antenne, veniva comandato a distanza dalla stazione principale di Roma, Col tempo tutti si adeguarono a questo sistema
comprese le stazioni commerciali che ben presto chiusero lasciando spazio a questi sistemi computerizzati.
In questi anni ho sempre lavorato, spesso con grosse difficoltà discutendo con chi non era d’accordo sul mio operato, mettendomi dalla parte dei marinai che ho sempre cercato di trattare con rispetto, mi sono sempre assunto le mie responsabilità e soprattutto ho lavorato per portare la SRT. S.Ignazio ad un livello di vita e di professionalità diverso, più disciplinato, più operativo, non so se ci sono riuscito, mi bastano però riconoscimenti avuti in particolare da loro, i marinai.
Molte modifiche furono apportate alla SRT.in questi sei anni, con la realizzazione di diverse opere, dal muretto con la lunga ringhiera nell’area adiacente ai locali operativi; la realizzazione dell’impianto fognario che eliminò il vecchio sistema dei pozzi neri; la realizzazione di una funzionale lavanderia, dove i marinai potevano espletare in modo più pratico e funzionale, quelle pratiche una volta svolte in termini più lenti e poco pratici; la casermetta fu dotata di impianto di riscaldamento centralizzato; il piazzale antistante la casermetta fu asfaltata eliminando, in caso di pioggia, grosse pozze d’acqua e fango; fu abbellita da aiole realizzate dalla mano di marinai esperti in lavori di muratura;
maggiormente spicca la bella piazzetta realizzata nei pressi dell’alloggio del Capo Posto e del Direttore, rifinita da una ringhiera e due belle panchine, una volta sede di cumuli di terra e pietre che rendeva il camminamento difficoltoso e soprattutto dall’atto estetico poco presentabile per chi veniva da fuori; nel viale di accesso, una volta buio ora illuminato da quattro lampioni.
Tante altre opere erano in programma, come la completa ristrutturazione del corpo di guardia all’ingresso con l’eliminazione del vecchio cancello e l’installazione di nuovo con sistema automatico, ma la burocrazia, come da sempre succede, prolunga i tempi di realizzazione.
Per descrivere sei anni vissuti a S.Ignazio ci vorrebbe più tempo, perché da scrivere ne avrei tantissimo, tanti episodi si sono verificati, episodi belli ma altrettanti brutti e tristi, che anche se volessi non riuscirei a dimenticarli perché fanno parte della mia vita.
Nell’estate del 1991 lasciavo dopo sei anni l’incarico di Capo Posto RT a S.Ignazio, ricordo ancora l’ultimo giorno, il mio saluto andò a quei marinai, volli stringere la mano ad uno ad uno salutandoli e congedandomi da loro con grande commozione.