Rifornitrice di Squadra “Vesuvio”
A5329 – IHBC
"Defende me servabo te"

• Dislocamento: 8.700 t.pc.
• Dimensioni: 129 x 18 x 6,5 m
• Equipaggio: 9 + 106
• Apparato motore: 2 D Grandi Motori Trieste C428-SS (1 el.)
• Potenza: 9.600 HP (7.059 kW)
• Velocità: 18 nd
• Autonomia: 4.000 mg / 19 nd
• Potenza elettrica: 2.350 kW
• Armamento: 1-76/62 mm; 2-25/90 mm; 1 E

Nel novembre del 1981, giovane Capo di 3^Classe, di recente promozione, imbarcavo su Nave Vesuvio, con l’incarico di Capo Posto RT,il mio primo incarico
di una rilevante importanza e responsabilità. Non nascondo l’emozione che provai il primo giorno che salii a bordo, l'emozione di quella prima volta che entrai in radio, cosciente che per la prima volta, la responsabilità dentro quella sala operativa era solo mia.
Fatte le dovute presentazioni, dal Comandante della Nave, il Capitano di Vascello Lomi, per anni pilota negli aerei, persona molto squisita, di una calma e
una gentilezza non comune, all’esuberante Comandante in 2^ Capitano di Fregata Coppa, che per tutto il mio periodo d’imbarco ho avuto a bordo.
Conosciuti tutti gli operatori RT, ragazzi giovanissimi, alla loro prima esperienza a bordo, quello che mi colpì, era il fatto di non avere un sottordine o meglio un Sottufficiale con una discreta anzianità di
servizio da potermi seguire nei vari impegni della radio. Erano con me giovanissimi Sergenti, e altrettanto giovanissimi Sottocapi, oltre ad alcuni allievi in tirocinio pratico. Il fatto però non mi spaventò, avrei trovato tra loro a chi avrei dovuto dare questo incarico. Capii subito che il lavoro non sarebbe stato semplice vista la giovane età e la breve
esperienza professioonale degli operatori. Per circa un mese scelsi di osservare e studiare come funzionava il servizio, soprattutto per capire le abitudini che si erano radicate negli anni.
Lasciai fare ai Sergenti più anziani, che dimostravano buona volontà e una discreta preparazione, ma notai che il loro modo di lavorare, era dovuto all’abitudine di ripetere i diversi compiti, in pratica facevano sempre le stesse cose. Nonostante la loro sicurezza, era evidente la poca esperienza nel servizio, mi resi perciò conto che se gli RT fossero stati messi davanti ad un nuovo ed improvviso servizio, avrebbero avuto delle difficoltà, ormai abituati a svolgere meccanicamente sempre le stesse cose senza preoccuparsi di allargare la loro preparazione professionale.
Passato questo mese, precisamente dopo le festività natalizie, chiamati in assemblea tutti gli operatori, comunicai loro le mie intenzioni di cambiare diverse cose in radio, facevo notare che Nave Vesuvio, era una nave facente parte della Squadra Navale assegnata alla Prima Divisione, seppur non aveva compiti e servizi paragonabili ad un Ardito,
si doveva allineare ad un buon livello operativo e non lasciarsi andare ad un servizio superficiale, di routine a discapito dell’operatività.
Un pò scettici i ragazzi: l’unica loro risposta fu sempre e solo quella frase antipatica che non ho mai sopportato “Capo mah! Abbiamo sempre fatto così!”. Spiegai loro che, la mia responsabilità di servizio e la mia esperienza operativa mi suggeriva ben altro,non certo di
rimanere inermi e apatici lasciando le cose come sempre erano andate, ma mio intento era quello di cambiare per il bene del servizio e anche per valorizzare gli stessi operatori e non farli cadere nella mediocrità professionale. Spiegai loro che all’interno della radio era necessario creare un team affiatato ed operativo dove tutti avevano un compito preciso e tutti insieme, con un gioco di squadra lo portavano avanti: i risultati non erano prerogativa dei singoli, ma i meriti o i demeriti si sarebbero dovuti attribuire a tutto il Team.
Percepite le mie intenzioni i ragazzi ben presto si allinearono alla mia linea di condotta, così nei primi mesi del 1982 iniziarono le lunghe uscite in mare del Vesuvio, Mare aperto 82/1, Mare Aperto 82/2, Navcoformed 82, Gaetex 82, Tridente 82, tutte navigazioni che ci hanno visto per mare da gennaio a luglio, navigazioni dove il servizio radio di Nave Vesuvio iniziò ad assumere una discreta qualità e soprattutto in quei mesi iniziò a prendere forma il Team radio da me fortemente voluto, dove tutti lavoravano con precisione di ruoli e di responsabilità, il singolo operatore factotum che in qualche modo si caricava dell'intera responsabilità del servizio sparì velocemente. Non avvenne mai più che un operatore è stato sostituito per far far lavorare al suo posto un altro più pratico e svelto. Certo, io stavo sempre vicino all’operatore, per seguirlo, ma era lui che doveva agire e portare avanti i compiti cui era preposto.
Durante la sosta estiva, il Vesuvio venne destinato a far parte dell’ottavo Gruppo Navale assieme a Nave Audace e Nave Orsa. Le tre unità dovevano essere impegnate nella Campagna Somala al Comando dell’Ammiraglio Majoli, Comandante la Prima Divisione Navale, la partenza fissata per il tre ottobre con soste a Port Said, Gibuti, Mogadiscio, Port Sudan e Suez.
I compiti assegnati al Vesuvio erano come sempre di supporto logistico alle altre navi, in gergo chiamate combattenti.
Nel mese di settembre tutto l’equipaggio lavorò per preparare questa attività,lavorammo tutti con la nave inclinata sul lato dritto, in quanto svuotata una cassa di gasolio e dopo i dovuti lavaggi doveva essere ripianata di acqua distillata da utilizzare in caso di necessità per il servizio di propulsione a caldaia di Nave Audace.
Questa attività doveva essere l’occasione per mettere in risalto il mio team, così, riunito il personale RT, iniziai ad organizzare e preparare assieme a loro il servizio radio, approntammo un elenco di Stazioni e frequenze costiere, che avremmo dovuto incontrare lungo la nostra rotta Stazioni utili per la ricezione del servizio meteo, preparammo inoltre frequenze e procedure da seguire per lavorare con Roma IAR o Genova ICB per il servizio radiotelefonico, aggiornandoci su tariffe e documentazioni da compilare, oltre ai servizi Nave Nave e Nave Terra con Roma IDR.
A ciascuno assegnai compiti ben precisi, ma all’occorrenza, ognuno doveva essere in grado di sostituire il proprio compagno, furono giorni di addestramento intenso, spiegai ai ragazzi che tutto ciò che preparavamo in porto, sarebbe tornato utile in navigazione, poiché non ci avrebbe trovato impreparati nell'affrontare servizi e procedure
poco conosciute e poco usate, specialmente fuori dal Mediterraneo,
ciò avrebbe causato ritardi e irrimediabili figuracce da toglierci l’appellativo di Operativi.
Ancora adesso mi emoziono rivedendo quei momenti, rivedendo quei ragazzi come si muovevano attivi e disinvolti in radio, vedevo in loro la
soddisfazione in ciò che facevano, ma la mia soddisfazione era anche più grande.
Per essere più tranquillo in caso di avaria, alle varie apparecchiature, con l’ausilio del Sgt. ETE/TLC Chiuso, feci richiesta di diverse parti di rispetto e volli a bordo l’incremento di alcune apparecchiature, come telescriventi con relativi rotoli di carta a foglio doppio. Tutte le mie richieste furono soddisfate, grazie anche al mio Capo Servizio TLC, il TV Grassini, con cui avevo raggiunto un eccellente e simpatico affiatamento.
La mattina del 3 ottobre alle 08.30 molliamo gli ormeggi dalla banchina Scali del porto di La Spezia, destinazione Port Said, sette giorni di navigazione, partiti da La Spezia con una temperatura fresca, ma gradatamente, navigando con rotta Sud la temperatura iniziava a raggiungere valori sopra i 20 24 gradi, lasciata la Sicilia e unitasi a noi Nave Orsa proveniente da Taranto, navigando per Sud Est verso Port Said, il caldo iniziava a farsi sentire, ormai le temperature avevano superato i 30 gradi.
La mattina del nove ottobre sotto un sole cocente siamo davanti a Port Said, ormeggiati alla fonda in attesa di espletare le operazioni burocratiche per l’ingresso nel canale di Suez. Fu un’attesa lunga, in radio il servizio proseguiva regolarmente con diversi scambi di comunicazione con l’Audace e l’Orsa, i ragazzi divisi per turni lavoravano con entusiasmo, la radio con mia grande soddisfazione aveva preso l’aspetto di una sala operativa. Il Sgt. Carraro, il più anziano tra i sergenti oltre che di Marina anche di bordo, si mostrò ragazzo dotato di una spiccata intelligenza e grande volontà, gli diedi l’incarico di farmi da sottordine.
In serata imbarcammo a bordo il personale egiziano che ci avrebbe accompagnato lungo il percorso del canale, personale composto dal Pilota in plancia e da due elettricisti per il controllo dei fanali che erano stati issati a bordo e posizionati a prora e a poppa della nave.
L’ordine d’ingresso nel canale viene dato in tarda serata e il convoglio
in linea di fila inizia l’ingresso, velocità massima di attraversamento 6 nodi e una distanza massima tra una nave e l’altra, trecento o quattrocento metri, non ricordo perfettamente questo dato.
Non si ha spesso l’occasione di attraversare il canale di Suez, così per non perdermi questo evento, rimasi in piedi fino ad ora tarda.
Si navigava lenti, sembrava di navigare in mezzo ad una città, in effetti era così, visto l’abitato che si osservava sia a dritta che a sinistra della nave,
poi mano a mano che si andava avanti, l’abitato si allontanava e il panorama divenne il deserto, sabbia da una parte e sabbia dall’altra.
La navigazione proseguì regolare, fino ai Laghi Amari, dove assegnati i punti di fonda, il convoglio si fermò per dare la possibilità al convoglio proveniente da Suez di attraversare i laghi e procedere nel canale fino a Port Said.
Nel primo pomeriggio riprendiamo il canale verso Suez, il caldo si era fatto insopportabile, l’equipaggio sul ponte di volo trovava refrigerio con gli idranti, il panorama che si osservava sulla sponda a sinistra della nave era il deserto, una distesa di sabbia grigio chiara fino ai monti lontani, di tanto in tanto nella riva si osservavano residui bellici distrutti da lontane guerre tra Israele ed Egitto, mentre sull’altra sponda si poteva ammirare una distesa verde di palme ben curate ed allineate.
In serata arriviamo a Suez, dove sganciati i fanali a prora e poppa, lasciamo il convoglio e iniziamo l’ingresso in Mar Rosso, la destinazione Gibuti, molti giorni di mare ci separava dal porto di arrivo, la navigazione procedeva regolare, in radio i ragazzi si alternavano nei loro turni, e io passavo molte ore con loro in radio.
Intanto era iniziato, ad orari prestabiliti il servizio radiotelefonico con Roma IAR, mentre sulla nave terra con Roma IDR oltre al traffico amministrativo, funzionava la trasmissione dei telegrammi.
Durante la navigazione in Mar Rosso, arrivarono le prime avarie, il Sgt. Ete mi comunicò che un sintonizzatore dello stilo non rispondeva più, saliti sul ponte nei pressi delle stazioni di rifornimento, dove erano posizionati gli stili, cercammo in ogni modo di far girare la capacità e l’induttanza del sintonizzatore ma niente da fare, gli impulsi ricevuti dallo stadio pilota del trasmettitore non alimentavano l’accordatore, sostituimmo più di un modulo ma ogni tentativo fu vano, lo stilo era inservibile. Questa avaria mi preoccupò non poco visti ancora i numerosi giorni di mare da affrontare.
Così zoppicanti ma lavorando su i due stili funzionanti, il servizio proseguì il suo corso regolarmente. la scelta di avere apparecchiature ridondanti era stata buona e il servizio continuò come se niente fosse accaduto.
Arrivammo a Gibuti, in piena stagione delle piogge, entriamo in porto accolti da una pioggia molto fitta, pioggia mai vista così violenta, non si vedeva nulla davanti a noi, solo acqua che scendeva con una perfetta verticale su di noi.
Ultimate le operazioni di ormeggio e soprattutto cessato il forte acquazzone, prendiamo terra, l’aria calda mischiata all’acqua assorbita dalla terra, dava un forte odore, era un odore diverso, rispetto a quello cui siamo abituati noi, quando a settembre arrivano i primi temporali, molto più forte e intenso.
Una volta scesi a terra, la prima cosa che notammo camminando per le strade di Gibuti, fu quello di vedere persone lavare le macchine, per di più taxi, utilizzando l’acqua piovana, là, dove si erano formate delle pozze d’acqua, continuammo a camminare un po' meravigliati per ogni cosa si vedeva, dall’abbigliamento degli abitanti del luogo, ai loro usi, in
particolare ci colpì vedere uomini e donne con un gonfiore nella guancia come se avessero in bocca una grossa caramella. Ci spiegarono che usavano mettere in bocca la foglia di una pianta che con i suoi succhi allontanava la voglia di cibo, non so se ciò fosse la verità di quella strana usanza o era qualcos’altro.
L’evidente scarsa igiene unita al caldo afoso carico di umido, che peggiorava le cose, ci fece capire che non sarebbe stato possibile fermarsi in qualche locale, per potersi rinfrescare con qualche bibita.
Il giorno dopo, con un mezzo della Marina Francese, di base a Gibuti, andammo a trascorrere una giornata nell’isola Makali, un’isola deserta, meta dei marinai Francesi quando liberi da impegni di servizio.
Furono proprio i Francesi che ci portarono sull’isola con un loro mezzo, impiegammo un’ora circa di navigazione, mare liscio come l’olio ma con delle onde di risacca che ci facevano rollare non poco, arrivati finalmente all’isola, per poter scendere a terra dovevamo trasbordare su un gommone che ci sbarcava nella battigia della spiaggia, io visto quel mare così azzurro e trasparente e preso dal forte desiderio di nuotarvi dentro,
diedi a mio cugino, il Sgt. Nocchiere Marco Nonnis, anche lui imbarcato sul Vesuvio, la mia borsa con tutti i miei effetti, scavalcata la battagliola dell’imbarcazione, mi tuffai in acqua e inizia a nuotare verso riva, da quel che potevo vedere, il fondale era roccioso, di uno spettacolo unico, l’acqua di un’azzurro chiaro, nuotavo e cercavo di guardare tutto, avvicinandomi più alla riva, lasciato il fondale roccioso, apparve ai miei occhi, un fondale sabbioso, bianco, il cui colore si univa all’azzurro dell’acqua, facendo rimanere senza fiato per lo spettacolo meraviglioso che si presentava.
Passammo una giornata intera in quell’isola, la visitai tutta camminando e nuotando assieme a mio cugino, entrambi ammirati dallo spettacolo che a ogni passo si presentava davanti a noi, il sole forte ci lasciò la pelle abbronzata, fu una giornata indimenticabile.
Sull’isola trovammo un solo abitante, un uomo sulla cinquantina, con un fisico asciutto, magro all’inverosimile, guardarlo faceva una certa impressione, lui tranquillamente sorrideva e sorseggiava una birra che noi stessi gli abbiamo offerto, raccontava di abitare da tanti anni su quell’isola e si cibava di solo pesce, ma sicuramente i Marinai Francesi gli fornivano anche qualcos’altro.
Intorno alle 18, questa volta in gommone, rientrai a bordo del mezzo navale Francese per fare ritorno a bordo del Vesuvio.
Dopo tre giorni di sosta riprendemmo il mare con destinazione Mogadiscio.
La navigazione in oceano Indiano proseguì regolare, più di una volta
sia l’Audace che l’Orsa si affiancarono a noi per le operazioni di rifornimento laterale.
In radio nonostante l’avaria al sintonizzatore di prora, il lavoro procedeva regolarmente, il servizio radiotelefonico con Roma radio IAR, spesso attivo, lo stilo di dritta faceva il suo dovere, ad orari
prestabiliti ascoltavamo Roma Radio che dava la lista traffico e le frequenze di chiamata passando a sua volta in ascolto, era una gara tra le navi presenti in frequenza, farsi sentire prima degli altri da Roma Radio, i miei ragazzi, ormai ben addestrati, non si facevano intimorire dai vecchi volponi dei marconisti delle navi mercantili, iniziando a fare chiamata e far sentire con vigore la loro voce scandendo più volte il nome della nave, la soddisfazione era tanta quando IAR rispondeva comunicandoci “Vesuvio numero due” cioè eravamo i secondi della lista e non sempre è andata così, qualche volta siamo stati anche i primi della lista.
Tutto ciò ai ragazzi piaceva e vedevo nei loro occhi la soddisfazione che provavano in ciò che facevano, li vedevo sempre più affiatati, sempre più Team, sempre più preparati.
Dopo una settimana di navigazione, una mattina sotto un sole equatoriale arriviamo a Mogadiscio, l’ingresso in porto è lento, causa le solite operazioni burocratiche con i servizi portuali, mentre l’Audace e l’Orsa andarono all’ormeggio, noi restammo fuori dal porto in attesa che l’autorità portuale ci assegnasse un ormeggio. Mentre stazionavamo alla fonda, in breve si avvicinarono delle barche con dei pescatori locali, dopo un primo e timido approccio, iniziammo a familiarizzare e ben presto avvennero degli scambi, noi davamo loro birra in cambio di pesce fresco, salì parecchio pesce a bordo, il nostro cuoco il carissimo Donnaruma, ebbe un gran da fare quel giorno per cucinare tutto quel pesce freschissimo.
Nel pomeriggio finalmente in banchina, ormeggiati di punta.
Fatte le dovute operazioni in radio per assicurare il servizio e dare a tutti gli operatori un periodo di meritato riposo, stabilimmo in accordo con le altre Unità, un servizio di gruppo pur mantenendo attivi quei servizi di primaria necessità.
Mogadiscio capitale della Somalia, all’ora governata dal Presidente Siad Barre, festeggiava il 21 ottobre il tredicesimo anniversario della rivoluzione Somala.
Camminare per Moagadiscio, una città che cercava di crescere e di organizzarsi a fatica, non fu facilissimo: i servizi dei mezzi pubblici erano assicurati da piccole macchine Toyota, i taxi erano vecchie e logore124 Fiat, che camminavano fino a che i motori giravano.
In ogni edificio si vedeva il volto del Presidente Siad Barre, quartieri di una povertà unica e quartieri dove vedevi un certo benessere, dove si ammiravano donne bellissime con abiti dai colori sgargianti.
Un pomeriggio io e i miei amici, Pasquale, Capo Segnalatore e Renato il Capo Radarista, decidemmo di andare alla Fiera di Stato che in serata veniva inaugurata dal Presidente Siad Barre, ci avevano comunicato che in quella Fiera avremmo trovato molte cose interessanti da acquistare, in particolare l’avorio.
Uscimmo di buon ora da bordo e dato il forte caldo, uscii in calzoni corti, quelli che generalmente usavo per correre. Dopo un percorso in taxi, guidato da un autista un pò distratto, spesso si girava per parlare con noi e più di una volta lo abbiamo ripreso facendogli presente di guardare avanti, inoltre ci accorgemmo che quel vecchio 124 aveva il motore un pò singhiozzante, infatti camminava a tre, chissà da quanto tempo non gli venivano cambiate le candele.
Arrivati alla Fiera di Stato, scesi dal taxi, ci ritrovammo in un viale affollato di tanta gente, dove la polizia con delle fruste manteneva l’ordine della folla, facendola rimanere seduta, noi tre camminavamo in mezzo a quel viale guardati dalla gente, in quel momento mi accorsi della fesseria avevo fatto mettendomi in calzoni corti, così camminavo dietro ai miei amici per occultarmi, mentre loro si divertivano alle mie spalle.
Ci avvicinammo all’ingresso della Fiera ancora chiusa, un militare ci disse di bussare, ci apri la porta una persona molto distinta, ci presentiamo facendo presente di essere tre Sottufficiali Italiani imbarcati nelle navi ormeggiate in porto, chiedevamo notizie circa la fiera e l’esposizione dell’avorio, la persona ascoltò le nostre parole e si allontanò, dopo un po’ tornò e ci fece entrare facendoci anche un inchino, ci accompagnò nel palco delle autorità e ci assegnò i posti a sedere, noi zitti seguimmo l’uomo e ci sedemmo, poi guardatici negli occhi senza farci accorgere iniziammo a ridere, quelle persone avevano capito che eravamo lì in rappresentanza delle navi Italiane e ci accolsero di conseguenza, mentre noi eravamo li solo per comprare avorio, poi io in calzoni corti mi sentivo un po' strano e imbarazzato e continuavo sempre ad occultarmi dietro ai miei amici.
Fu così che assistemmo a tutta la cerimonia dell’inaugurazione, al lungo discorso del Presidente Siad Barre in lingua Somala, incomprensibile per noi, finalmente dopo tanti applausi strette di mano, tanti discorsi dove noi abbiamo contribuito ad applaudire senza sapere per cosa stavamo applaudendo, fu aperta la fiera, la visitammo
tutta, ma scoprimmo che l’avorio esposto non era in vendita, anche perché i prezzi erano inaccessibili ed erano li solo per esposizione.
Ormai buio ci avviamo a lasciare la fiera, la stessa persona che ci aveva accolto, ci salutò con un grande inchino e una grande stretta di mano, fuori ancora la polizia che con le fruste continuava a regolare il movimento della popolazione intervenuta.
Preso un taxi, non tanto diverso da quello che prendemmo all’andata rientrammo a bordo, senza avorio, un po' stanchi ma divertiti da quanto successo.
Arrivò il giorno della parata militare, giorno dei festeggiamenti del tredicesimo anniversario della rivoluzione Somala, quel giorno un nutrito gruppo dell’equipaggio era di comandata alla parata, tra questi anche io, in piedi dalle quattro di mattino, in alta uniforme estiva, alle cinque partimmo per recarci al luogo della parata, una distesa di terra incolta, attraversata da una strada rettilinea, davanti alla strada una costruzione adibita a palco, noi venimmo fatti sedere nella parte bassa, molti militari di sorveglianza per la sicurezza delle autorità presenti. E intanto proprio davanti a noi un soldato armato con l’arma rivolta verso di noi. Erano appena le sei del mattino quando arrivò il Presidente Barre assieme al nostro Ministro Lagorio, scortato da molti mezzi armati, circondati da militari da ogni parte.
Un vecchio Mig russo in dotazione all’aviazione Somala, effettuava delle evoluzioni sopra di noi, non so dove abbia fatto scuola quel pilota, ma ascoltando i commenti dei vari ufficiali Piloti attualmente imbarcati nelle navi presenti a Mogadiscio, osservavano che quel pilota o era troppo bravo o era solo un incosciente, per fare spericolate evoluzioni sopra la grande folla presente in quella grande distesa di terra: concludemmo che la seconda tesi era la più credibile.
La parata iniziò di li a poco, erano le 0605 del mattino quando i primi battaglioni iniziarono a defilare, il tutto durò fino alle 1100, cinque ore interminabili, più che una parata sembrava una sfilata folkloristica, specialmente quando sfilarono numerose compagnie in abiti caratteristici Somali, dai colori vivaci e come armi, lance frecce e scudi di variate forme e colori.
Il caldo asfissiante, chiusi in quella divisa, si sudava da matti, inoltre non potevamo alzarci per sgranchire un pò le gambe, se lo facevi, come poi ho fatto io, arrivava subito un militare che ti obbligava a stare seduto.
Quello che mi colpì, era ascoltare le donne, quando con un movimento veloce della lingua dalle corde vocali facevano uscire un
suono, classico verso che solo in Africa si ascolta, il trillo del deserto, difficile da fare ma molto bello e suggestivo da ascoltare. I giorni a Mogadiscio scorrevano veloci ma ogni giorno si usciva, non volevo perdermi nulla, di quella città, in alcune parti nella città si ammiravano delle costruzioni segni evidenti della presenza italiana in Somalia all’epoca del fascismo, come l’arco costruito in una piazza dove si leggeva “A Umberto di Savoia Romanamente”.
Girammo un po' da per tutto, dai negozi, ai mercati, dove le banane costavano 40 lire il kilo e le aragoste erano a seicento lire il kilo, ma la carne raggiungeva prezzi esorbitanti, tra banane e maggiormente aragoste, in tanti spesero parecchi soldi, specialmente con quest’ultime, visto il prezzo così basso, ma dove fu speso di più fu sull’avorio, dove il prezzo in alcune parti era accessibile.
Quello che invece mi lasciò sconcertato era camminare per le strade di Mogadiscio e vedere ad ogni angolo di ogni strada un numero rilevante di uomini affetti da deformazioni fisiche, abbandonati a se stessi nelle strade, con le mani tese a chiedere una moneta, non so quanti biglietti da mille lire abbiamo dato, inoltre dovevi stare attento a darli a tutti e non solo ad uno, altrimenti assistevi alle loro liti che a volte arrivavano a colpirsi con le stampelle. Scene che per noi, abituati al nostro benessere, non ci potevano lasciare per niente indifferenti.
Un medico Italiano ospite a bordo nella nostra mensa, ci raccontò dei fatti che mi lasciarono sorpreso. Ci raccontava di aver visto donne partorire da sole ed erano molto brave, facevano tutto perfettamente, sbagliavano solo una cosa, all’atto di tagliare il cordone ombelicale usavano una lama che spesso causava gravi infezioni, continuava a raccontare di aver operato un uomo alla gola senza anestesia, di aver lavorato su quella gola aperta, di aver ricucito tutto e vedere quell’uomo alzarsi da solo da quel lettino, farle un inchino di ringraziamento e andarsene a piedi dalla sala operatoria, raccontava ancora di una donna che le portò la sua bambina con una mano chiusa, non riusciva più a riaprirla in seguito ad una scottatura con l’acqua bollente, le unghie crescevano e già erano entrate nella pelle e già i segni di una avanzata infezione era evidente. "La madre - diceva il medico - mi portò questa bambina, chiedendomi di amputarle la mano - spiegò ancora - che per loro, tagliare una mano, un dito, un piede, era come cavarsi un dente, curai quella bambina, tagliandogli le unghie, togliendo l’infezione e riabilitandole la mano al suo normale movimento, da quel giorno quella donna mi saluta come fossi un santone o meglio un guaritore e si meravigliava guardando la mia gamba menomata dalla poliomielite, è impossibile per loro vedere noi bianchi con deformazioni, come se questi mali sono riservati solo a loro".
Diverse escursioni furono organizzate dal bordo tra queste partecipai ad una escursione presso le piantagioni di banane, agli alberi del coco dove abbiamo assistito alla faticosa raccolta di questi frutti che crescono in alberi alti anche 35 metri.
Raccogliere questi frutti è un lavoro pesante, lo fanno diversi uomini per guadagnare quei pochi soldi necessari per sostenere la loro famiglia, con grande destrezza e a forza di braccia e gambe salgono su quegli alberi di trenta metri, certo l’operazione non potevano ripeterla tante volte, i più forti riuscivano a salire sei sette volte di seguito.
Ho potuto vedere da vicino questi uomini, e guardando gli stessi alberi è davvero impressionante ciò che facevano per poter vivere, i loro piedi erano completamente distrutti e deformi, nella pianta una vistosa callosità, che anche le spine più grosse si sarebbero spezzate calpestate da quei piedi.
Lungo la strada ci siamo fermati davanti a dei villaggi, dove ci hanno
accolto con molta gentilezza, le abitazioni costruite con foglie di
palme rivestite di fango e sterco dei dromedari, unico mezzo di trasporto e di lavoro in possesso nei villaggi.
Nei giorni che precedevano la partenza da Mogadiscio ci fu il passaggio del Comando di Nave Vesuvio tra il Comandante Lomi che lasciava e il Comandante Ferri che assumeva l’incarico.
Terminata l’esigenza operativa, lasciamo il porto di Mogadiscio con destinazione Port Sudan.
In radio si fanno i commenti dei giorni trascorsi a Mogadiscio, ognuno ha qualcosa da raccontare.
In tutti i locali di bordo, anche in radio girano banane, siamo partiti da Mogadiscio scarichi di latte, di frutta, verdure, birra ma eravamo pieni di banane, i giorni che ci separavano dal primo porto utile per fare rifornimento era ancora molto lontano, Suez.
Così durante questa navigazione si diede fondo al latte condensato, alla frutta in scatola, e meno male che eravamo carichi di acqua, le mitiche buste di acqua Cintoia.
Navigazione regolare, con gli immancabili rifornimenti laterali, la sera ad orari prestabiliti il servizio radiotelefonico dava la possibilità a tutto l’equipaggio di poter salutare i propri cari.
Aumentavano i numeri dei telegrammi fatti dai più giovani dell’equipaggio, alle loro ragazze, telegrammi da far invidia ai quei fogliettini che si leggono nei cioccolati perugina, altri forse un po timidi volevano scrivere ma non trovavano le parole, fu così che preparai tre telegrammi standard che facevo scegliere ai ragazzi, furono trasmessi diversi telegrammi tutti uguali, cambiava solo la firma, ma chi li riceveva sicuramente ne rimaneva estasiata.
Il lavoro in radio aumentava e la contabilità dava già cifre rilevanti. Inevitabile che qualcuno dopo aver telefonato o fatto un telegramma non avendo subito il contante a portata di mano, si dimenticasse, forse perchè preso dal lavoro, di saldare il dovuto, così avevo incaricato i due inseparabili amici che io chiamavo il gatto e la volpe, Pia e Cocco, molto svegli e soprattutto molto simpatici: essi rientravano in radio sempre con quanto dovuto e relative scuse degli interessati.
Durante la navigazione verso Port Sudan ci fu in radio un susseguirsi di comunicazioni tra il nostro Comandante e il Comando dell’ottavo Gruppo Navale, qualcosa stava cambiando le operazioni previste, io stesso fui convocato assieme al mio Capo Servizio dal Comandante, che ci riferì di attendere un messaggio urgente da Roma, di stazionare in radio ed ad avvenuta ricezione di questo messaggio
dopo averlo fatto visionare al Comando di bordo, mi diede disposizioni tenerlo custodito in radio e di non fare voce ad alcuno.
Avvertii i miei operatori di quanto dettomi dal Comandante, i ragazzi dimostrarono molta riservatezza e anche loro assieme a me stettero in radio in attesa di notizie più precise.
Il messaggio arrivò e seguite le istruzioni del Comandante, custodii il messaggio nella mia cassaforte in radio.
Il programma era cambiato dopo la sosta a Port Sudan nave Vesuvio anziché procedere per Suez, lasciava il gruppo navale per dirigersi in Arabia Saudita e precisamente a Jeddah, una volta li avremmo dovuto attendere dei materiali provenienti dall’Italia e dopo averli imbarcati, saremo dovuti ridiscendere in Somalia per lo scarico.
Tutto questo durante la navigazione lo sapevamo solo in pochi, oltre al Comando, noi del Servizio TLC, per ordine del Comandante non fu fatta voce all’interno dell’equipaggio, anche se visti i movimenti continui avvenuti a bordo, l’equipaggio che osserva sempre tutto, iniziò a farsi mille domande, in mensa io stesso ero assalito dai miei colleghi che volevano sapere cosa stava succedendo, non fu semplice dire loro che non stava succedendo nulla e ciò che vedevano erano normali operazioni di routine tra i Comandi.
Dopo una navigazione movimentata arrivammo a Port Sudan, non ebbi molto tempo per recarmi in franchigia, a causa delle nuove operazioni nate improvvisamente, assieme al mio Capo Servizio fummo convocati sull’Audace, qui ci ricevette l’Ammiraglio Majoli, ci illustrò la nostra missione e volle raccomandarsi sul servizio Comunicazioni, credo non fosse d’accordo con qualcuno di Roma di mandare da solo il Vesuvio per questa operazione: almeno sia io che il TV Grassini avevamo avuto questa impressione, comunque lo rassicurai che la radio del Vesuvio svolgeva e avrebbe svolto il servizio previsto senza alcun problema.
Dopo i due giorni di sosta, la nave si preparava a partire, in assemblea il Comandante notiziò l’equipaggio della nostra nuova missione, ci fu un silenzio, seguito da un leggero borbottio, adesso eravamo tutti coscenti che a Spezia saremmo rientrati con almeno una ventina di giorni di ritardo.
Partimmo da Port Sudan con rotta est verso Jeddah, mentre l’Audace e l’Orsa proseguivano per nord verso Suez.
Passati i primi momenti, ora l’equipaggio si domandava cosa andavamo a fare a Jeddah, il Comandante in 2^ comunicò che saremmo stati impegnati in un imbarco materiali per poi portarli in Somalia e sbarcarli nel porto di Berbera.
Arrivimmo a Jeddah dopo una giornata di navigazione, entrammo in porto alle 08.30 circa.
una bellissima giornata di sole, era una sosta non prevista, in attesa dell’arrivo dei materiali, i militari Arabi transennano la nave, dovevamo stare a bordo, niente franchigia, unici a scendere dal bordo i marinai comandati allo scarico della rumenta, operazione che li irritava non poco e a buon ragione, poiché i militari che ci sorvegliavano, facevano svuotare i bidoni in terra per il controllo del contenuto e poi i nostri marinai dovevano raccogliere di nuovo tutto per poi travasarli negli apposi cassonetti.
Il porto di Jeddah, molto imponente, moderno dotato di attrezzature nuovissime, banchine ben lavorate e dotate di tutto il necessario per le navi attraccate, i nuovissimi e moderni rimorchiatori di costruzione Giapponese con equipaggio Giapponese, andavano indifferentemente avanti e indietro, non si capiva a volte quale fosse la prora e la poppa. Notammo che all’interno del porto non lavorava un Arabo, erano tutti stranieri di nazionalità diverse.
In serata arrivarono i materiali a bordo di tre camion Mercedes di grosse dimensioni, da li a poco iniziò l’imbarco di queste casse di legno, tutti erano interessati a questa operazione, tutti lavoravano per accelerare i tempi, per essere pronti la mattina alle otto a prendere il mare verso Berbera.
Le operazioni durarono tutta la notte, meno male che il buon umore negli equipaggi non è mai mancato e le battute erano sempre pronte, la notte furono consumati molti cafè ma soprattutto il panettiere ci preparò abbondanti pizze, mentre il cuoco preparò delle fettine al sangue.
Alle cinque del mattino tutto era ultimato, ma non ci fu molto tempo per riposare alle 0700 fu fatta la chiamata per prepararsi al posto di manovra e alle 0800 eravamo già fuori dal porto, rotta sud.
Vista la delicata operazione in corso, dopo aver comunicato al Comando dell’ottavo gruppo Navale su Nave Audace dell’avvenuta operazione d’imbarco e la successiva partenza da Jeddah, il Comandante mi diede ordine di stare in silenzio Radio, ogni tipo di trasmissione era sospesa, attivi solo i servizi in ricezione.
Sei giorni di mare per arrivare a Berbera, il momento più caldo fu quando costeggiavamo l’Etiopia, in quegli anni in disaccordo con la Somalia per la contesa del corno d’Africa, noi in quel momento trasportavamo materiali per la Somalia.
In un pomeriggio con un buon sole arriviamo a Berbera,fu un arrivo
un po' particolare e direi anche buffo, stabiliti i collegamenti radio con le autorità portuali e fatte le dovute presentazioni di chi fossimo, arrivò una risposta del tutto inaspettata, ci chiedevano cosa volevamo, il Comandante sorridendo un po' divertito, fece chiamare il nostromo e ordinato di mettere la motobarca a mare, si recò lui stesso a terra per spiegare la nostra presenza nel porto di Berbera.
Andati nell’unico ormeggio di cui era dotato il porto, in serata arrivarono trenta camioncini militari
per l’imbarco dei materiali da noi trasportati, anche qui impiegammo tutta la notte per queste operazioni lavorando assieme ai soldati Somali.
Durante la giornata una breve franchigia per Berbera ma ci accorgemmo che non c’era nulla, solo pochi abitanti, per di più pescatori e contadini.
Lasciato il porto di Berbera con destinazione Suez, ormai le comunicazioni con Nave Audace erano diventate saltuarie, causa la cattiva ricezione e iniziammo a lavorare direttamente con Roma IDR, i ragazzi continuavano il loro lavoro con grande operatività, operatività riconosciuta anche da Roma IDR, il suo Capo Posto, Capo Grosso, mi mandò un personale messaggio col quale mi chiese di effettuare delle prove su alcuni circuiti sottolineando la nostra eccellente operatività.
Fu un giusto riconoscimento per il mio team, era quello che volevo dal servizio e i ragazzi con orgoglio capirono cosa volevo dire in tanti mesi quando a volte ho anche alzato la voce per poter avere un servizio efficiente e operativo, da quel momento non eravamo solo una nave dal servizio ridotto eravamo una nave con una radio operativa.
Arriviamo a Suez finalmente, un porto affollato di molta gente, tutti in fila con macchine cariche fino all’iverosimile, tutti aspettano l’imbarco sui traghetti che li avrebbe portati in pellegrinaggio alla Mecca, come prevede il loro credo che almeno una volta nella vita debbono recarsi alla Mecca.
A Suez finalmente imbarchiamo un po di viveri freschi, ma soprattutto la birra, assente da bordo da quando abbiamo lasciato Mogadiscio.
Anche qui a Suez facciamo le nostre escursioni, una città che imita lo stile europeo ma rimane radicato nelle sue usanze, anche qui l’igiene non era ancora delle migliori, camminando per le strade osservavi macellerie con le carni esposte fuori al sole ma soprattutto alle mosche, le stesse carni
venivano trasportate su carri scoperti con un uomo seduto sulla sponda, si osservavano file di donne che con pazienza aspettavano il turno per ritirare da un piccolo sportello del pane.
Oltre a Suez ci organizzammo per andare al Cairo a visitare le Piramidi e soprattutto il famosissimo museo.
Una mattina partiamo con un pulman verso il Cairo, centodieci kilometri circa di deserto per arrivare alle piramidi, solo che l’autista anziché fermarsi alle piramidi ci fa fare una prima sosta nei bazar, sicuramente d’accordo con loro, sia io che i miei colleghi ci adirammo con l’autista che non volle sentire ragioni e partimmo solo quando lui lo decise, arrivammo finalmente alle piramidi, e dopo poco tempo ci voleva portare via per andare in qualche altro bazar, questa volta con le dovute maniere le facemmo capire che ce ne saremmo andati solo dopo aver visitato le piramidi all’interno, un po' contrariato, forse imprecando nella sua lingua, si mise ad aspettare nel pulman.
Visitammo le Piramidi, cosa non semplice per chi soffre di claustrofobia, per entrarvi bisogna percorre un cunicolo a carponi per poi entrare all’interno della Piramide dove si ammirano quelle grandi pietre ben levigate e ben squadrate, è inevitabile domandarsi come ci siano finite così in alto.
Oltre le piramidi abbiamo potuto ammirare la sfinge, ma il tempo a nostra disposizione era poco per poter vedere tutto, inoltre dovevamo fare presto per visitare il museo.
Risaliti sul pulman partiamo, destinazione il museo del Cairo, ma anche questa volta l’autista ci porta prima ad un bazar, a causa di questa sosta non voluta da noi, quando arrivammo al museo questo era chiuso, la rabbia nostra fu tale che per tutto il percorso ne dicemmo tante all’autista, così per farsi perdonare ci accompagnò alla moschea del Cairo, costruita in una fortezza militare, voluta, come spiegava la guida, dal loro eroe Saladino, sottolineando che noi lo chiamiamo, il feroce Saladino, ci spiegava che sotto il pavimento era una grande cisterna di acqua necessaria per resistere a eventuali lunghi assedi, per verificare la grandezza di questo deposito, la nostra guida ci dimostrò, lanciando un grido all’interno della bocca del pozzo, che l’eco durava ben undici dodici secondi.
Anche all’interno della moschea, entrati scalzi come previsto, la guida ci spiegava come era stata impostata la costruzione, tanto che da qualsiasi parte parlavi la voce arrivava forte e comprensibile, rendendo superfluo attrezzare la moschee di altoparlante.
Lo spettacolo che si ammirava dalla moschea era molto suggestivo, specialmente al tramonto quando si ammirava la città: nello sfondo, sotto il rosso del tramonto spuntavano le punte delle piramidi.
Lasciamo Suez per prendere il canale verso nord, questa volta entriamo di primo mattino, sempre in linea di fila con il pilota a bordo e i tecnici elettricisti.
La navigazione diurna nel canale durò tutta la giornata, raggiungendo Port Said in tarda serata, finalmente di nuovo in Mediterraneo, riprendemmo la navigazione regolare verso La Spezia, ormai le esigenze erano finite, la navigazione procedette tranquilla fino a La Spezia dove arrivammo alla fine di novembre.
Il 1982 finisce con questa missione che ha lasciato il segno in tutti noi che ancora oggi ricordiamo e con piacere ne parliamo.
Il 1983 si affaccia con la nuova attività addestrativa ma a causa dello Stromboli, nave gemella del Vesuvio fermo ai grandi lavori, e facente parte della seconda Divisione Navale, ci vennero assegnati anche i compiti inerenti le esigenze del Comdinav due.
Il 27 gennaio partiamo per l’esercitazione Mare Aperto 83/1 e Mare Aperto 83/2 navigazione addestrativa che ci porta a Tangeri dove trascorriamo quattro giorni, lì abbiamo potuto visitare la Casbah, facendo anche qualche acquisto, posto caratteristico marocchino ma poco raccomandabile ad avventurarsi da soli, fu così che per non aver acquistato delle borse, quando siamo usciti dalla Casbah siamo stati investiti da un lancio di pietre, per fortuna nessuno di noi fu colpito, ma il fatto ci costrinse a correre per raggiungere in fretta l’ingresso del porto.
Lasciato Tangeri riprendiamo il mare per trasferirci con la Seconda Divisione Navale, in attività addestrativa nel mare Egeo, dopo una breve sosta a Cagliari per le operazioni di ripianamento, prendiamo contatto con le navi di Dinav due.
La navigazione si svolgeva tranquilla, quando vengo chiamato in Radio: il Sgt. Rizzetti mentre controllava la temperatura degli apparati UHF, una ventola di raffreddamento gli aveva colpito accidentalmente il dito pollice causandogli una grossa ferita con conseguente perdita di sangue; portato in infermeria per le prime cure del caso, il dito mostrava un grosso taglio e la perdita completa dell’unghia.
Era presente anche il Comandante in Seconda, Comandante Coppa, con molta calma disse al giovane infermiere che bisognava intervenire mettendo diversi punti al dito, eravamo in navigazione e troppo distanti dal primo porto favorevole, così l’infermiere con l’ausilio del Comandante mentre io tenevo il braccio a Rizzetti, cercando anche di tenerlo allegro distraendolo, ricucì e tamponò così la ferita.
Il 17 febbraio ci ormeggiamo al Pireo, accolti da una grande nevicata, cosa strana per quei luoghi, l’ultima nevicata, ci dissero, risaliva a molti anni addietro, gli equipaggi non persero tempo e cominciarono a lanciarsi palle di neve da una nave all’altra facendo divertire chi ci osservava dalla banchina. Per prima cosa fu portato lo sfortunato Rizzetti all’ospedale locale per una visita di controllo al dito ferito, il medico che lo visitò lo trovò a posto e saputo come avvenne la
medicazione fece i complimenti al nostro infermiere per come era intervenuto.
Assieme ai miei inseparabili amici Pasquale e Renato, ci rechiamo ad Atene, dove ci ha colti una forte nevicata, seguita da un freddo gelido, non fu questo a fermarci e da buoni Sottufficiali amanti della cultura andammo a visitare il Partenone, nei giorni successivi visitammo Corinto, l’acropoli di Micene e la città di Nauplia.
In quei giorni vedere il Vesuvio innevato, candido faceva un certo effetto, il ponte dove si effettuavano i rifornimenti assumeva un altro aspetto nascondendo le macchie di gasolio che si erano formate, ma la neve ben presto sparì dai ponti e dalle sovrastrutture poichè intervennero i nocchieri che con le manichette lavarono la nave come ogni mattina in porto, e la neve scivolò a mare.
Lasciata la Grecia, ripreso il mare per diverse ore fummo impegnati per il ripianamento di diverse unità Navali, queste operazioni richiedevano molto tempo, a volte ciò causava ritardi nei servizi di mensa.
Lasciate le altre unità navali dirigiamo per Augusta per le solite operazioni di ripianamento di combustibili, ma arrivati ad Augusta il 22 febbraio alle 2100 circa, troviamo difficoltà ad entrare in porto causa 35 nodi di vento che ci costringe fuori dal porto in attesa che questo si attenui. Entriamo in porto la mattina seguente intorno alle 0900 e ormeggiamo al pontile Punta Cugno.
Dopo l’esperienza africana, che ha lasciato un gran segno nell’equipaggio, era consuetudine durante le operazioni di rifornimento mettere della musica e il carissimo amico Orsini Gravina, Capo furiere, con il caratteristico abbigliamento da arabo, insieme al nostromo Gennaro Nestovito in tenuta coloniale, girare per il cassero in prossimità delle grosse manichette del gasolio e fare una simpatica sceneggiata, rallegrando gli equipaggi che venivano a rifornirsi, inoltre le stazioni di rifornimento venivano trasformate a similitudine di un distributore di carburante, attraverso dei cartelli, riportante la dicitura “CHIUSO” o “APERTO” e anche “SELF SERVICE” mentre il Capo Segnalatore alzava al segno una bandiera di una nota marca di carburanti, il tutto presi da quale distributore di carburante non si sa.
Arrivati a La Spezia il 25 febbraio, il tempo di sbrigare alcune pratiche, di risolvere alcune avarie, l’otto marzo siamo di nuovo in mare per proseguire le attività.
La navigazione ci porta a Barcellona e Tolone poi di nuovo in mare, facendo sosta operativa alla Maddalena.
Come sempre succede è quasi normale attraversare il Golfo del Leone con il mare molto mosso causa il forte vento di Maestrale. In quelle condizioni è quasi impossibile stare in branda, in corridoio cammini neanche tu sai come. La nave diventa deserta, solo chi è al posto di lavoro è in piedi, gli altri, tutti a paiolo nelle loro brande in attesa che il mare si calmi, le mense vuote, se vuoi mangiare devi organizzarti, vai in cucina e se riesci a cucinarti una fettina ai
ferri hai risolto il problema, altrimenti devi arrangiarti a gallette, pane asciutto o frutta.
Durante uno di questi trasferimenti attraversando questo Golfo non a caso chiamato del Leone, il mare di colore argenteo, il vento con raffiche violente e improvvise, rendeva impossibile stare in coperta, per i servizi a prora erano state messe le draglie come corrimano, si rollava parecchio, nel mio letto avevo rinunciato a starci, anche perché il rumore che si ascoltava proveniente dalla mensa Ufficiali situata sopra di me era insopportabile, cucchiai, coltelli e forchette usciti dai loro alloggi seguivano il movimento della nave scivolando da una parte all’altra.
Decisi di salire in radio per vedere come era la situazione, mentre salivo, nel corridoio Ufficiali tra la luce rossa notturna dove gli oggetti non si distinguono bene, vidi venirmi incontro una cosa strana che camminava verso di me e non accennava a fermarsi, mi aggrappai ai tubi dell’acqua sopra di me, mi sollevai e lasciai sfilare sotto di me quell'oggetto ingombrante, era l’aspirapolvere che libero dal suo alloggio anche lui correva su e giù per quel corridoio. Mentre ancora appeso a quei tubi improvvisamente fui investito da una pioggia di caffè: il movimento della nave era divenuto ancora più forte e a volte violento, tanto da far aprire alcuni armadi dove erano stipate le riserve di cafè. Insomma era impossibile fare qualsiasi manovra o per fermare quell’aspirapolvere impazzito o quelle posate che navigavano nel pavimento del quadrato Ufficiali e tanto meno per raccogliere quel cafè. Così lasciai tutto quel casino e arrivai in radio, gli operatori visibilmente storditi e accasciati continuavano nel loro lavoro, cioè seguivano i messaggi che fuoriuscivano dalle telescriventi con occhio spento ma attento, almeno sembrava così ma era comprensibile il loro disagio.
Salito in plancia ammiravo il movimento delle onde, ma soprattutto il movimento della nave e gli spruzzi alti delle improvvise incappellate che si prendevano a prora quando onde di rilevante grandezza si infrangevano contro.
In mezzo a tutto questo movimento, l’Ufficiale di guardia in Plancia, notò una vistosa macchia bianca che fuoriusciva da un locale a prora, osservammo bene con i binocoli, non si capiva cosa fosse quella cosa bianca che cresceva continuamente forse anche per il continuo rollare della nave. Fu chiamato il nostromo responsabile di quel locale, questi dopo aver osservato bene e senza alcun dubbio, sorridendo un po' divertito, riferì che quella era schiuma provocata senz’altro dal rovesciamento di qualche bidone di detergente concentrato, impiegato per le pulizie, in plancia nonostante il mare, ci fu una gran risata, mentre quella schiuma continuava a crecere.
Per più di trentasei ore, sopportammo quel mare, fino a quando raggiunte le coste spagnole il mare ci graziò facendoci respirare e soprattutto riprendere a mangiare in modo normale.
Navigazioni continue e continue avarie, telescriventi, perforatori, componenti degli apparati UHF i più colpiti, in mare si cerca di riparare il riparabile con i pezzi di rispetto a disposizione ma alcune volte questi non bastano e bisogna ricorrere ai tecnici dell’OPI (Officina Pronto Intervento).
In radio con il susseguirsi delle navigazioni e l’attività intensa, il team radio Nave Vesuvio ha raggiunto un ottimo livello, ormai conosciuto da tutti.
I mesi continuarono a trascorrere tra una navigazione e l’altra, Navcoformed, in navigazione con la squadra Nato, HMS Phoebe, TCG Anitepe, ITS Perseo, HS Tompazis, USS Lattley, attività molto importante e complessa.
A seguire nel mese di maggio trasferimento a Napoli e successiva esercitazione Nato Distam Drum, molto complessa che ci tenne per mare fino alla fine di maggio, poi rientro a La Spezia e la nave si ferma nel periodo estivo per piccole manutenzioni prima di riprendere l’attività ad autunno.
Intanto al termine dell’anno addestrativo, dovrei terminare il mio periodo a bordo e ho chiesto di essere trasferito presso il Centro Telecomunicazioni di La Spezia, anche per dare termine ai miei continui cambi di residenza, la mia richiesta viene accolta, così arriva la programmazione, fine estate Maritele La Spezia, sicuro di avere assegnato un alloggio, sono soddisfatto del prossimo trasferimento. Purtroppo non andò così, gli alloggi furono assegnati a personale con incarichi specifici come capi magazzini in arsenale ecc. ecc. così ripreso il telefono dovetti fare marcia indietro e riprendermi Cagliari, Maripers mi fece sapere che per ottenere ciò mi sarei dovuto fare un altro anno d’imbarco e di procedere facendo una domanda scritta con il parere del Comandante.
Così fatte tutte le operazioni mi fu confermato un altro anno a bordo del Vesuvio. Questo però non mi dispiacque anche perché mi ero affezionato alla nave, ma notai che i più contenti erano i miei ragazzi e ciò non potè che farmi piacere.
Durante l’estate, esattamente il 21 luglio, sbarcò il mio sottordine il
Sgt. Carraro, una colonna del mio team, un ragazzo molto attivo, sempre disponibile, che ha dato molto alla radio e al servizio, ho di lui una grande stima e un grande ricordo.
Così nacque l’esigenza di avere un nuovo sottordine, non faticai molto a trovarlo, il mio, già allievo Sgt. Raffaele Straneo, ragazzo che mi ha seguito sempre da quando imbarcai, lo visto crescere ogni giorno e diventare un sottufficiale di un’ottima preparazione professionale.
In quello stesso periodo Cincnav TLC, cambia i servizi in radio facendo nascere il team radio, che in sede di esami annuali dei singoli componenti delle Stazioni Radio, dai risultati ottenuti, veniva giudicato l’operato e la validità del team radio con una valutazione assegnata proprio al team.
Questo evento non poteva che farmi piacere, visto che da sempre avevo voluto questo e proprio qui sul Vesuvio da più di un anno si operava in Team Radio.
Passata l’estate con tutte le sue licenze e ultimati i lavori di piccole manutenzioni, il Vesuvio rimesso a lucido era pronto per riprendere il mare per riprendere la sua attività.
Intanto avviene il passaggio di consegne tra il Comandate Ferri che lascia e il Comandante Nardecchia che assume l’incarico.
A settembre siamo in mare, dopo aver fatto sosta ad Augusta per le solite operazioni di ripianamento, prendiamo il mare per l’esercitazione Mare Aperto 83/3, navigazione come sempre piena di lavoro che ci porta in Spagna, il 16 settembre siamo ormeggiati all’Espigon Club Nautico, sosta molto bella che ha visto uno scambio di visite tra sottufficiali Spagnoli e Italiani, prima al cocktail presso il Club Subofiales Espanol e alla cena offerta da noi a bordo del Vesuvio.
Domenica 23 ottobre partiamo ancora da La Spezia per l’esercitazione Ottobre 83, una settimana di navigazione, poi a Taranto dove arriviamo lunedì 31 ottobre, facciamo sosta per cinque giorni per la frequenza dei centri addestrativi presso Maricentadd.
Finisce l’anno addestrativo 1983 nel mese di novembre dove ci aspettano le licenze natalizie, un periodo di meritato riposo.
Dopo le licenze natalizie si affaccia il 1984, sono al giro di boa, il mio periodo sul Vesuvio si avvia al termine, ma ancora molta attività mi aspetta.
Alla fine di gennaio partiamo per la prima attività, la ormai classica Mare Aperto 84/1, partiti da La Spezia e trasferiti nelle acque della Sardegna, in piena attività, per di più sotto un gran temporale, arriva l’ordine di annullamento dell’esercitazioni, vengono date disposizioni alle varie navi di trasferirsi nelle acque Libanesi per partecipare alle operazioni di ritiro delle nostre truppe in Libano, al Vesuvio viene dato incarico di dirigere ad Augusta e dopo aver espletato le operazioni di ripianamento rimanere in sosta operativa in attesa di disposizioni.
Durante la navigazione verso la Sicilia, avviene la rottura di un prigioniero di una testata dell’apparato motore, procediamo verso Augusta a velocità ridotta, mentre una marea di messaggi si ricevono e si trasmettono in radio, il Comandante viene più chiamato via radio dallo Stato Maggiore per avere ragguagli sulla nostra situazione.
Arriviamo ad Augusta e da li a poco arrivarono i tecnici della GMT (Grandi Motori Trieste), i lavori iniziarono da subito, lavori seguiti da tutto l’equipaggio, in sei ore la GMT rimetteva il Vesuvio a posto e con soddisfazione il Comandante mi faceva trasmettere agli alti Comandi lo stato di Nave Pronta.
Rimaniamo ad Augusta in attesa di ordini, niente franchigia, personale tutto a bordo in servizio di navigazione, al massimo veniva concesso scendere a terra per chi lo volesse, per telefonare dalla cabina telefonica posta difronte a noi.
In serata ricevo in radio il messaggio di pronti a muovere, destinazione Beirut e poi Larnaka, nel giro di pochi minuti lasciamo Augusta con rotta sud est velocità 15 nodi.
Stabiliti i collegamenti con le navi interessate nella zona in particolare con Nave Doria, nave Sagittario e nave Caorle.
Il 25 febbraio siamo nelle acque libanesi, diversi i circuiti attivati, con le Unità navali in zona, non sono mancati i collegamenti con Genova Radio ICB per dei contatti telefonici con le famiglie, ricordo i simpatici dialoghi tra me e l’operatore di Genova, in particolare alla fine quando mi passò la telefonata con mia moglie, non so cosa abbia fatto ma l’audio era perfetto, ci salutammo molto cordialmente con quella educazione, che per chi ha fatto questo mestiere è abituato ad avere.
Fummo impiegati in diverse operazioni di rifornimento, leggendo la messaggistica inerente la situazione ostile che si aveva nelle montagne Libanesi, per niente confortanti, rendevano le operazioni difficili e apprensive.
A Larnaka affiancati al Caorle, nave di vecchia concezione ex americana, non dotata di sistemi per il rifornimento in movimento, iniziamo le operazioni di rifornimento combustibile, salito a bordo del Caorle, rividi il mio amico, Gianni Santoro divenuto Capo Incursore, impegnato per mesi a Beirut, fu un incontro molto bello e fu bello raccontarci le nostre cose, di tutto ciò, che da quel lontano 1966, abbiamo fatto.
La sosta in acque Libanesi per noi durò sette giorni, per poi lasciare la zona e dirigerci verso Augusta, sempre a Punta Cugno, sempre per ripianarci di quel gasolio che ormai in tre anni ne portavamo l’odore addosso.
A marzo siamo di nuovo in mare per l’esercitazione mare Aperto 84/2 navigazione che ci porta in Egeo per poi proseguire e attraversare i Dardanelli e arrivare a Istanbul, cinque giorni di sosta alla fonda davanti al ponte sul Bosforo, cinque giorni che mi hanno dato la possibilità di visitare il Topkapi, la residenza dei Sultani, la moschea di S.Sofia, la Moschea Blù, ho attraversato il ponte sul Bosforo passando così in un attimo dall’Europa all’Asia. Il Bazar, caratteristico mercato dove trovi di tutto, immancabile la sera assistere alla danza del ventre.
Città ricca di storia, ricordo che ho camminato tanto, anche qui non volevo perdere niente, in un certo modo ci sono riuscito anche se da vedere c'era ancora tanto.
Partiti da Istanbul, passati i Dardanelli, affrontiamo altre esercitazioni, tra queste le prove sperimentali di nuove apparecchiature che mi tennero in piedi per ben 32 ore di seguito, supportato dai miei ragazzi che lavoravano senza tregua al mio fianco, la stanchezza era tanta da non riuscire più a dormire. Appena tre ore dopo essermi adagiato sul mio letto, venivo chiamato in plancia dal Comandante per notiziare su alcune attività operative.
Fu proprio in queste navigazioni che un giorno dalla nave sede del Cincnav, su una frequenza operativa in plancia arrivò il messaggio “BZ al team radio Nave Vesuvio” fu una soddisfazione grandissima per me ma ero più contento per tutti i miei ragazzi e quel “BZ” fu stampato sul crest del team Radio che abbiamo elaborato e realizzato nei mesi successivi.
Rientriamo a La Spezia il sette aprile, un mese di sosta per provvedere alle innumerevoli avarie alle apparecchiature per poi il sette maggio riprendere il mare per l’esercitazione Nato Distant Hammer e la Tridente 84, il caldo la stanchezza inizia a sentirsi in tutti, si continua a lavorare, a Luglio siamo a Tolone per poi trasferirci a Napoli, dove ci aspetta la Gaetex 84.
Con piacere rivedo i miei vecchi amici, Giorgio Volpe con cui ho condiviso il mio periodo su Nave Duilio, Giuseppe Fanelli, insieme sul Centauro e Carmine Malgeri carissimo amico, Capo Posto RT di Nave Vespucci.
La Gaetex 84 si svolge sotto un sole torrido, in tutti si vedono i segni della stanchezza, in tuga guardo quel mare calmo, forse questa sarà la mia ultima navigazione in marina, a settembre dopo quasi tre anni sul Vesuvio, vissuti per 63.199 miglia in mare.
Passati Luglio e Agosto ultimata la licenza estiva, a settembre sono a bordo per passare le consegne al mio sostituto, Capo Sabbion, corso RT66, proveniente da Maridrografico Genova, alla sua prima esperienza su una nave di superficie i suoi imbarchi precedenti sono stati i Sommergibili.
In questi anni d’imbarco su Nave Vesuvio, voglio ricordare soprattutto i miei ragazzi che grazie a loro mi hanno fatto vivere un bellissimo periodo della mia vita in Marina, lavorando come si deve lavorare in una Stazione Radio, a loro debbo le grandi soddisfazioni avute:
Il mio Team Radio Nave Vesuvio
Sgt. RT Carraro
Sgt. RT Favale
Sgt. Rt Rizzetti
Sgt. Rt Raffaele Straneo
Sc RT Pierpaolo PIA
Sc. Rt Cocco Mauro
Sc. RT Tripaldelli
Sgt. Rt Dario Petucco
Sgt. Cargiulo Ciro
Sc. Rt. Mangia
Sc. Rt Sammaly Paolo
Sc RT Torto
Sc. Rt Scudiero
RT Pitagora
Sgt.ETE Bagalini Gabriele
 
Sgt. Rt Magliozzi
Rt Bellante
Rt Bistoletti
Rt Blanco
Sc Rt Tramontano
Sgt Rt Sabino
Rt Vitale
Sgt ETE Ferdinando Chiuso
Li ricordo tutti con grande affetto e mai potrò scordarli, è stato un bellissimo Team che ha dato prova in questi anni di un grande affiatamento tra loro, lavorando insieme e aiutandosi in ogni circostanza, dando prova di un'ottima preparazione professionale e dimostrando sempre di essere un team operativo.
Il Comandante in 2^ Comandante Coppa, un giorno dopo una nostra lunga discussione, dove difendevo, come sempre ho fatto davanti a chiunque, il mio team, mi chiamò Capo Tribù, fu un sopranome che non mi dispiacque, anzi al contrario mi fece piacere.
Con altrettanto piacere ricordo i Comandanti: CV Lomi, CV Ferri, CV Nardecchia e il CF Coppa, persone straordinarie che hanno lasciato un ricordo indelebile negli annali di Nave Vesuvio.
Ricordo il mio Capo Servizio TLC TV. Grassini con cui ho lavorato sempre in un clima di perfetta armonia.
Vorrei ricordare tutti i miei amici, con cui ho trascorso questi anni su questa Nave, Pasquale Orsini Capo Segnalatore, Renato Guarnieri Capo Radarista, Capo Gino Assogna Capo Segnalatore, Capo Sanna, Capo Segnalatore, Capo Dessì Capo Macchina, Capo Falletta Capo Meccanico, Capo Tagliaferro Capo Elettricista, Capo Sotgiu il Nostromo, Gennaro Nestovito Capo Nocchiere ed infine il nostro Presidente Capo Mango e tanti altri che ora mi sfuggono i nomi.
Il 20 settembre 1984 sbarcavo da Nave Vesuvio, quel giorno erano sempre loro, i mie ragazzi, che, mentre scendevo per l’ultima volta quella passerella, mi salutavano con le bandiere del pavese.
Questo è stato il mio periodo sul Vesuvio, un periodo bellissimo della mia carriera, che porterò sempre dentro me, ho scritto molto ma è sempre poco perché da scrivere c’è ne sarebbe ancora tanto per raccontare questi anni splendidi vissuti a bordo di Nave Vesuvio.